Oggi entriamo in una parabola che narra di due figli e ci introduce a sua volta in altre due narrazioni, mediante le quali passiamo attraverso un omicidio e un matrimonio regale: un discorso rivolto da Gesù contro i capi dei Giudei diventa per noi un'esortazione alla conversione. Seguiamolo attentamente, leggendo il testo e/o ascoltando dal podcast pubblicato dai Missionari comboniani: per sentire, clicchiamo sul triangolino bianco nel cerchietto giallo.
Dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 21, versetti da 28 a 32.
«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna». Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.Un testo in due parti disgiunte?
A prima vista questo testo sembrerebbe composto da due parti disgiunte: una racconta di due figli, l’altra parla di pubblicani e prostitute. Per capire, bisogna considerare il contesto, perché in realtà questa parabola ne precede altre due e tutte e tre sono finalizzate a esprimere un giudizio severo contro i capi dei Giudei.Metaforicamente queste guide giudaiche sono rappresentate di volta in volta dal figlio che finge di ubbidire al padre, ma poi non lo fa, dai vignaiuoli omicidi che uccidono servi e padrone per non consegnare un raccolto non loro e dagli invitati che accampano scuse per non partecipare alle nozze del figlio del re. Ma che cos’hanno in comune questi personaggi immaginati da Gesù?
Semplice: non riconoscono una volontà superiore alla loro, non accettano di avere un padre, un datore di lavoro, un re, i quali possano avere un’idea diversa dalla loro e quindi chiedere un contributo o un cambiamento di vita. Fuori dalla metafora, essi non vogliono accogliere il messaggio di Gesù, il quale alla fin fine chiede di credere in lui, convertendosi: ma d’altra parte, perché nella loro vita dovrebbe cambiare qualcosa se pensano di essere già nel giusto? L’attaccamento a sé stessi e alle proprie credenze li irrigidisce nelle loro posizioni e impedisce di vedere la verità che avanza: per questo si autoescludono dal Regno di Dio.
Autostima ipertrofica o vizio capitale?
Il marcio è dunque nella coscienza malata che hanno di sé, cioè in altre parole nel senso di superiorità che li abita. Non occorre andare troppo lontano per trovare qualche esempio: ci basta immaginare una catechista che non partecipa ai corsi di formazione perché pensa di essere più brava di chi ha la responsabilità della formazione diocesana.Oggi in psicologia qualcuno parlerebbe forse di autostima inadeguata, non nel senso di una scarsa autostima, ma al contrario nel senso di un’eccessiva stima di sé, detta anche stima ipertrofica. L’autostima inadeguata infatti è una radice che può germogliare in due possibili esiti negativi: il comportamento di chi sottovaluta sé stesso, nascondendosi e negando le proprie capacità, ma anche l’atteggiamento di chi al contrario si sopravvaluta, non riconoscendo le proprie mancanze e percependosi come superiore agli altri.
L’etica cristiana chiama superbia quest'ultima convinzione, che si traduce in atteggiamenti di orgoglioso distacco, o addirittura, nei casi estremi, porta il soggetto a dimenticare la propria condizione di creatura e a farsi da sé misura del sapere... anche morale talvolta. Questo sentimento spesso si manifesta poi attraverso l’arroganza, l’incapacità di accettare delle critiche e soprattutto la tendenza a sminuire il prossimo, disprezzandolo.
C’è un bel testo del cardinale Ravasi dedicato proprio a questo peccato, il quale secondo lui si sporge, «spesso in modo nascosto e surrettizio, verso la supremazia, il predominio, la preminenza, l’egemonia e lo fa ricorrendo a tutti i mezzi», per eliminare ad ogni costo gli ostacoli che si frappongono tra sé stessi… e che cosa? L’immagine che si ha di sé stessi. Non a caso la superbia è il primo dei sette vizi capitali. Il monsignore cita a questo proposito una frase divertente dello scrittore francese Honoré de Balzac, il quale scrive: «La malattia del nostro tempo è la superiorità. Ci sono più santi che nicchie».* Il che significa che ci sono più persone che ritengono di meritare titoli, nomine, seguito, cattedre (e chi più ne ha più ne metta) che non la disponibilità reale di questi stessi riconoscimenti.
Un peccato facile da commettere
Basterebbe un giro nei social, guardate, per renderci conto di quanti cattivi maestri vi spadroneggiano, si scagliano contro le verità della fede o alcune scelte della Chiesa, o ancora contro pontefici e vescovi. C’è persino qualcuno che si autoproclama papa (o qualcosa di simile) e si veste di bianco come il vero Pontefice: sarebbe uno spettacolo comico, se in questo delirio non fossero trascinate tante persone scontente della Chiesa e poco preparate (bisogna dirlo) nelle cose di Dio. Ecco, questi potrebbero essere i superbi giudei del nostro tempo, così pieni di sé da credersi capaci di guidare il prossimo al posto delle legittime guide. Come ho già detto, non è difficile cadere in questo peccato, nemmeno per noi cristiani “allineati", magari non in forme così eclatanti. Mi diceva un grande confessore, mio caro amico e guida, che il peccato più comune tra i preti è proprio quello di «voler contare». Non si tratta veramente di peccati ovviamente, ma di bisogni che forse tolgono leggerezza alla vita sì. É sufficiente ad esempio pensare di essere più bravi del Vescovo in materia di catechesi e quindi elaborare percorsi propri anziché quelli scelti dalla propria diocesi... e faccio questo esempio solo perché ce l’ho sotto gli occhi in questo periodo, ma ce ne sarebbero tanti altri.
I convertiti in metafora
Al contrario, i peccatori, quando sono consapevoli della loro indegnità e disponibili a convertirsi, si affidano al Signore, assumono la mentalità di Dio ed entrano senza problemi nel Regno dei cieli: ecco che cosa significa la frase «i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno». Metaforicamente, i convertiti sono rappresentati dal primo figlio della nostra parabola, cioè quello che dice di no alla richiesta del padre, ma poi ci ripensa e gli ubbidisce, da quei pubblicani e quelle meretrici che ascoltano Giovanni Battista e dai poveri e i disabili che accettano di partecipare alle nozze del figlio del re. É chiaro allora che la motivazione a far parte del Regno, o al contrario a esserne esclusi, non sta nell’appartenere a questa o a quella categoria di persone (“Noi sì, gli altri no”), ma nella volontà di ciascuno di noi di aderire al Signore oppure a sé stessi. Questa potrebbe essere allora la domanda con la quale chiudere la riflessione odierna: nelle scelte della mia vita a chi mi conformo soprattutto, alla volontà e realtà di Dio come sono descritte nel Vangelo e mediate dalla Chiesa, oppure al mio volere e all’idea che io ho di Dio?
Grazie!
Grazie!
*HONORÉ DE BALZAC, Il medico di campagna, 1833, ripreso da G. RAVASI, in Le parole e i giorni. Nuovo breviario laico. Mondadori.
N.B. Questo commento è stato chiesto all'autrice dalle suore Comboniane, nell'ambito del progetto "Elikya, la speranza del Vangelo senza confini", iniziativa bellissima, che presenta quotidianamente la Parola di Dio, orientando e dando colori nuovi e liberi alle nostre giornate, spesso intrise di fatica e di sofferenza, ma anche abitate dalla gioia di sapersi amati da un Dio che è Padre.
Mariarosa Tettamanti, 27 settembre 2026
Immagine di copertina tratta da Yeo's Journey | Cheddar Gorge &Caves - Più proprietari
