Oggi viviamo un'esperienza di amore e profondità, andando per prati erbosi, rinfrescati da acque tranquille e seguendo Gesù, il buon pastore. Possiamo farlo leggendo il testo scritto oppure ascoltando l'audio. Per ascoltare, cliccare sul triangolino bianco nel cerchietto giallo.
Dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 10, versetti da 11 a 18.
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore, che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama; perché io do la mia vita per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».Un tabernacolo particolare
Sulla porticina dorata del tabernacolo della mia chiesa è raffigurato in bassorilievo il buon pastore: è un bellissimo Gesù, con un’aria di famiglia che ispira confidenza. Tiene tra le braccia una pecorella piccolina, si vede che è appena nata, e in basso c’è una pecora un po’ più grandicella, che si appoggia a Lui come fanno i bambini dell’asilo, quando si aggrappano alle gambe dei genitori, perché non vogliono lasciarli. C’è anche una scritta sul tabernacolo: «Magister adest» «Il Maestro è qui». È qui, non ci si può sbagliare, è proprio qui.È un pastore/maestro Gesù, uno che si occupa veramente di noi: sta con noi quando andiamo in giro, ci coccola, ci nutre con il suo corpo, ci vizia e ci insegna anche un sacco di cose belle. Questo è ciò che pensavo da piccola frequentando la chiesa e guardando il tabernacolo. E poi crescendo ho capito che è sempre Lui a darci forza, anche quando ci sembra di cadere, di soccombere. Lui ci dà la forza, sempre. Capirete allora quanto io sia legata all’immagine del buon pastore.
Un testo affascinante
Ma veniamo al nostro testo e abbandoniamoci alla gioia intensa che non può non venire dalle parole bellissime di Gesù. Presentandosi come il buon pastore, Gesù si allaccia a molte profezie messianiche dell’Antico Testamento e allude in modo particolare a un discorso che si trova nel capitolo 34 del libro di Ezechiele, in cui Dio stesso si rivela come il pastore buono, che salva le sue pecore e si prende teneramente cura di loro.«Io sono il buon pastore» dice ora Gesù «conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me». Sappiamo che per la Bibbia la conoscenza deriva da un processo non soltanto cognitivo, ma più generalmente esperienziale, e in questo caso si tratta chiaramente di un rapporto d’amore. È come se Gesù dicesse: “Amo e vivo con le mie pecore e le mie pecore amano e vivono con me”.
Una libertà sovrana
«Nessuno mi toglie la mia vita: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» dice ancora Gesù.Con queste parole, vuole dire, come ricordavamo anche la volta scorsa, che la sua morte non è una conseguenza di eventi casuali, ma un dono consapevole e libero, in perfetta conformità con la volontà del Padre, dato che i desideri di Dio e quelli di Gesù coincidono perfettamente. Ma quanto è bella questa libertà di Gesù di fronte alla morte?
Il primo missionario
«E ho altre pecore, che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare». Eccolo allora il primo missionario: è Lui, è Gesù, il quale da subito non mette confini alla sua Chiesa. L’ovile voluto da Lui, che Lui ha ideato, ha i confini del mondo. Da subito. Da subito. E credo che nessuno abbia il diritto di mettere dei catenacci al suo ovile lasciando fuori qualcuno.Ho sentito recentemente un parroco dire che i nostri luoghi di culto sempre più vuoti non possono che far bene alla Chiesa. Altri sacerdoti dicono: “Dobbiamo arrivare a toccare il fondo per poi ricominciare a fare proseliti”. No, io non ci credo, non voglio crederci e non posso crederci. Se questo nostro buon pastore di notte va a cercare la pecora che si allontana, anche noi come Lui non possiamo che alzarci nel cuore della notte, mossi dall’ansia missionaria, per cercare chi è ancora lontano o si è allontanato.
E questo avvenga nelle missiones ad gentes e quindi nelle tradizionali terre di missione dove vanno i nostri Comboniani, certo, ma anche nelle missiones inter gentes e quindi nei contesti multireligiosi, che si stanno moltiplicando ormai in questa società globalizzata, e infine nelle missiones cum gentibus e quindi nei catecumenati che fioriscono all’interno dei percorsi catechistici delle nostre iniziazioni cristiane. Come più volte disse Papa Francesco, tutta la Chiesa è missionaria, tutta la Chiesa è in uscita.
Una conclusione contemplativa
Però adesso noi chiudiamo il nostro incontro entrando nel salmo 23, la cui bellezza è così intensa da non essere censurabile. Mettetevi comodi amicheeamici, chiudete gli occhi se potete e lasciate che le parole del salmista scendano dolcemente nel cuore, come se arrivassero alle vostre orecchie ora per la prima volta. Sentirete prendere vita una voce che viene dai tempi antichi della Bibbia e avvertirete l’agitarsi in voi delle ali radiose della fede. Ascoltiamo.«Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino (…)
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza…
…
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni».
Ecco, continuiamo ora a contemplare i pascoli erbosi del Salmo: sono freschi (li vedete?) baciati dalla rugiada… ascoltiamo con l’udito dello spirito lo sciabordio leggero delle acque tranquille… E riposiamo dolcemente, come bambini addormentati, tra le braccia e sul cuore del buon Pastore. Non abbiate fretta, amiche amici, non abbiate fretta di uscire da questo incanto. Grazie.
N.B. Questo commento è stato chiesto all'autrice dalle suore Comboniane, nell'ambito del progetto "Elikya, la speranza del Vangelo senza confini", iniziativa bellissima, che presenta quotidianamente la Parola di Dio, orientando e dando colori nuovi e liberi alle nostre giornate, spesso intrise di fatica e di sofferenza, ma anche abitate dalla gioia di sapersi amati da un Dio che è Padre.
Mariarosa Tettamanti, lunedì 27 aprile 2026
Immagine di copertine: fotografia di Maria Teresa Corti.
