Per la quarta volta affrontiamo il rifiuto di Gesù da parte degli abitanti di Nazareth, ma questa volta cambiamo completamente il punto d'osservazione: invece di entrare nelle teste dei Nazareni entriamo nel cuore di Gesù. Possiamo viaggiare sia nel testo scritto sia nel podcast pubblicato dai missionari Comboniani. Per ascoltare dall'audio, cliccare sul triangolino bianco nel cerchietto giallo.
Dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 13, versetti da 54 a 58.
Venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.Un cambio di prospettiva
Abbiamo già incontrato tre volte questo testo del Vangelo, che ci ha suggerito tre riflessioni sul vizio capitale dell’invidia. Ora invece vorrei cercare di entrare con voi nei sentimenti di Gesù, il quale arriva con i suoi discepoli a Nazareth, cioè nel suo paese.
Nazareth è in effetti il luogo in cui sua madre aveva avuto la visita di Gabriele, l’arcangelo che aveva annunciato la sua nascita, il villaggio in cui Lui da piccolo era andato ad abitare dopo essere tornato dall’esodo in Egitto; è la località in cui aveva trascorso gli anni belli della sua infanzia, in cui suo padre putativo aveva chiuso gli occhi per sempre. Poi se n’era andato e ormai da tempo, dopo aver abitato anche a Cafarnao, girava tra la Galilea e la Giudea, predicando la Parola del suo vero Papà. Tanti ricordi dolci lo legano al suo paese. Ma intanto la sua fama di taumaturgo lo precede ormai dovunque e quando arriva in un luogo qualunque con i suoi discepoli, viene subito raggiunto e assediato da persone che gli portano gli ammalati da guarire.
Ma perché a un certo punto della sua missione, Gesù decide di tornare nella sua patria? Che cosa lo spinge a raggiungere il suo paese? Vuole forse rivedere la sua mamma? Oppure sente la nostalgia per le dolci colline, i boschi verdeggianti, il lago, i luoghi insomma in cui aveva giocato da bambino con gli amici; la sinagoga in cui aveva imparato a leggere e a scrivere e nella quale aveva a lungo pregato, la casetta con il laboratorio di carpenteria del suo papà?
Può darsi, ma forse più probabilmente Gesù vuole portare anche ai suoi compaesani la Parola del Padre; vuole che anche loro vivano la felicità che viene dalla conoscenza della buona Novella. In ogni caso, non penso che si aspettasse tanta ostilità. La verità è che i suoi amici di un tempo non possono accettare che uno di loro sia arrivato così in alto, abbia acquisito tanta fama… e questo ci riporta al discorso dell’invidia, che però oggi non vogliamo riprendere. Come abbiamo già detto, è Gesù che c’interessa ora, non la malevolenza dei suoi amici/nemici.
Ma che cosa avrà pensato il Maestro buono raccogliendo tanto astio e tanto malanimo? Certamente avrà sofferto, anche se il Vangelo non dice nulla a questo proposito.
«Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». Non dovrebbe essere così però: perché non essere felici se uno di noi “sfonda”?
Ecco, è come se Gesù voglia assolvere i suoi compaesani prima ancora che loro si accorgano di sbagliare, è come se voglia scusarli in anticipo, senza aspettare nemmeno che chiedano scusa: “Eh amici miei, io in fondo vi capisco: i profeti nella loro patria e nella loro casa sono disprezzati. Questa è la mentalità corrente e anche voi la subite”. Insomma è come se il Maestro «mite e umile di cuore» stia spiegando il motivo del peccato agli stessi peccatori: a me, guardate, sembra quasi una dichiarazione anticipata di perdono.
Nazareth è in effetti il luogo in cui sua madre aveva avuto la visita di Gabriele, l’arcangelo che aveva annunciato la sua nascita, il villaggio in cui Lui da piccolo era andato ad abitare dopo essere tornato dall’esodo in Egitto; è la località in cui aveva trascorso gli anni belli della sua infanzia, in cui suo padre putativo aveva chiuso gli occhi per sempre. Poi se n’era andato e ormai da tempo, dopo aver abitato anche a Cafarnao, girava tra la Galilea e la Giudea, predicando la Parola del suo vero Papà. Tanti ricordi dolci lo legano al suo paese. Ma intanto la sua fama di taumaturgo lo precede ormai dovunque e quando arriva in un luogo qualunque con i suoi discepoli, viene subito raggiunto e assediato da persone che gli portano gli ammalati da guarire.
Ma perché a un certo punto della sua missione, Gesù decide di tornare nella sua patria? Che cosa lo spinge a raggiungere il suo paese? Vuole forse rivedere la sua mamma? Oppure sente la nostalgia per le dolci colline, i boschi verdeggianti, il lago, i luoghi insomma in cui aveva giocato da bambino con gli amici; la sinagoga in cui aveva imparato a leggere e a scrivere e nella quale aveva a lungo pregato, la casetta con il laboratorio di carpenteria del suo papà?
Può darsi, ma forse più probabilmente Gesù vuole portare anche ai suoi compaesani la Parola del Padre; vuole che anche loro vivano la felicità che viene dalla conoscenza della buona Novella. In ogni caso, non penso che si aspettasse tanta ostilità. La verità è che i suoi amici di un tempo non possono accettare che uno di loro sia arrivato così in alto, abbia acquisito tanta fama… e questo ci riporta al discorso dell’invidia, che però oggi non vogliamo riprendere. Come abbiamo già detto, è Gesù che c’interessa ora, non la malevolenza dei suoi amici/nemici.
Ma che cosa avrà pensato il Maestro buono raccogliendo tanto astio e tanto malanimo? Certamente avrà sofferto, anche se il Vangelo non dice nulla a questo proposito.
Una dichiarazione anticipata di perdono
«Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua”. E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi». All’accusa ingiusta, assurda, incredibile di essere di scandalo, Gesù risponde con una parola che sancisce un dato di fatto e alla quale fa seguire un’omissione più che un’azione.«Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». Non dovrebbe essere così però: perché non essere felici se uno di noi “sfonda”?
Ecco, è come se Gesù voglia assolvere i suoi compaesani prima ancora che loro si accorgano di sbagliare, è come se voglia scusarli in anticipo, senza aspettare nemmeno che chiedano scusa: “Eh amici miei, io in fondo vi capisco: i profeti nella loro patria e nella loro casa sono disprezzati. Questa è la mentalità corrente e anche voi la subite”. Insomma è come se il Maestro «mite e umile di cuore» stia spiegando il motivo del peccato agli stessi peccatori: a me, guardate, sembra quasi una dichiarazione anticipata di perdono.
...E una risposta alla mancanza di fede
Però Gesù «Non fece molti prodigi». Sì, perché qui, come abbiamo già detto un’altra volta, manca la fede, che è fondamentale nell’avverarsi dei prodigi: «La tua fede ti ha salvato» dice diverse volte Gesù ai miracolati. La motivazione di questa omissione non sta quindi nel fatto che Lui si senta offeso e voglia vendicarsi di loro, ma è la conseguenza oggettiva, direi, della «loro incredulità», proprio come dice il Vangelo. Gesù pertanto non mette davanti sé stesso: a Lui dispiace il rifiuto della Parola di Dio, non il rifiuto della sua persona.La parentela più profonda
E noi siamo capaci, di fronte a certe cattiverie gratuite perpetrate nei nostri confronti, siamo capaci di soffrire di più per il peccato di chi offende che non per noi che ne siamo colpiti? Non è facile.Impariamo da Gesù, amicheeamici. Impariamo da Lui a soffrire per la mancanza di fede dei nostri contemporanei, a soffrire per gli altri, per la Chiesa e per i poveri prima ancora che per noi stessi.
Questo ci darà lo sguardo ampio della carità. Siamo cristiani, siamo suoi discepoli: non possiamo che imitarlo se vogliamo far emergere la nostra più vera identità e vivere pienamente e felicemente la nostra più profonda parentela.
N.B. Questo commento è stato chiesto all'autrice dalle suore Comboniane, nell'ambito del progetto "Elikya, la speranza del Vangelo senza confini", iniziativa bellissima, che presenta quotidianamente la Parola di Dio, orientando e dando colori nuovi e liberi alle nostre giornate, spesso intrise di fatica e di sofferenza, ma anche abitate dalla gioia di sapersi amati da un Dio che è Padre.
Mariarosa Tettamanti, venerdì 1 maggio 2026
Mariarosa Tettamanti, venerdì 1 maggio 2026
Immagine di copertina: fotografia di Anna Abati, docente di arte. I sassi nella foto sono stati raccolti da Michele Tebaldi di 10 anni e regalati alla sua mamma.
