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Lo vedi quest'Uomo?

A una delle domande più tragiche dell'uomo, Dio risponde ampliando all'infinito ciò che disse un tempo a Giobbe, quando gli mostrò  il suo volto attraverso le sue azioni.  Testo scritto e podcast registrato dai Missionari comboniani: per ascoltare cliccare sul triangolino bianco nel cerchio giallo.

Dal Vangelo secondo Marco, capitolo 6, versetti da 53 a 56

Compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Genèsaret e approdarono. Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse. E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Un testo riassuntivo per un ampio paesaggio e una folla piuttosto  interessata

Oggi abbiamo tra le mani un testo riassuntivo come ce ne sono diversi nel Vangelo; alla sinteticità delle parole però corrisponde uno scenario molto ampio, dato che sotto i nostri occhi vediamo scorrere tutta la terra di Gesù, formata da villaggi, città e campagne. E dovunque vada, ancora una volta come sempre, Gesù è assediato dalla folla.
    Questo Maestro di Nazareth sembrerebbe a prima vista molto amato e seguito dai suoi conterranei, ma in realtà ciò che muove la maggioranza della gente, almeno in prima istanza, non è l’amore. Ciò che motiva la corsa di queste persone è la ricerca dei prodigi: gli portavano i malati, li deponevano «nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello» per poter guarire. E possiamo immaginare che la folla fosse eterogenea, come sempre succede quando ci sono degli assembramenti: insieme agli ammalati e ai loro parenti e amici ci saranno stati anche i soliti sfaccendati, i curiosi, gli annoiati in cerca di succose novità, i pettegoli… Lo vediamo anche oggi: non appena su una strada succede qualcosa, subito si raccolgono i capannelli di chi non vuole perdersi lo spettacolo. E… oh ragazzi, la pazienza di Gesù! Li guarisce tutti, tutti quelli che lo toccano.

Un eterno perché

Sì, ma perché oggi Gesù non opera più queste guarigioni? Non sarei onesta se eludessi questa domanda, sarebbe come prendervi in giro. Per la verità abbiamo già risposto al quesito, ma l’argomento è così drammatico e attuale che vale la pena di riprovarci.
    Io per esempio conosco una persona che ha una sorella gravemente ammalata, preda di una brutta malattia neurologica, incominciata con un grave danno al microcircolo e continuata con vari episodi vascolari sempre peggiori, nella zona frontale del cervello. È una malattia che la sfigura, che sembra toglierle lentamente, ma in realtà sempre troppo rapidamente, l’identità e la dignità e persino l’essenza stessa dell’essere persona. Non c’è cura che possa aiutarla. Conduce un’esistenza che sembrerebbe situarsi ai margini dell’umano e costringe anche la sua famiglia a una vita impossibile: ogni piccola azione quotidiana è per loro motivo di lotta strenua. Solo la Comunione eucaristica è capace di provocare nell’ammalata un’esplosione di gioia. Eppure era una donna meravigliosa, guardate, un dono grandissimo e costante per tantissima gente, con una fede profonda, veramente innamorata di Gesù; una persona molto intelligente ed equilibratissima, delicata, laboriosa fino all’eccesso, estremamente empatica e capace di ascolto con tutti, generosa, anzi completamente dedicata agli altri, sempre serena, mai arrabbiata, mai abbattuta, amatissima da chi la conosceva, cercatissima… Una specie di miracolo per i suoi famigliari. 
Perché Gesù non l’aiuta, perché non la guarisce? Come può Dio assistere alla perdita così dolorosa e inaccettabile di questa sua figlia dolcissima, che l’ha sempre amato, venerato e messo al primo posto nella sua vita?

Una risposta impossibile?

Sembra che nessuno sappia rispondere a queste domande. E la Terra tutta è percorsa da richieste di questo tipo, che urlano, che fanno un chiasso indecente davanti al trono di Dio. Un grido silenzioso si alza da quella mia amica costretta dalla SLA in carrozzina, un urlo da quel mio amico che passa da una sofferenza all’altra in un letto d’ospedale e quanto clamore sale dalle case degli orfani e dalle popolazioni immerse nelle guerre… e potrei snocciolare infinite litanie formulate dalla sofferenza umana.
    Ma in realtà forse una risposta, o almeno un pezzo di risposta, c’è. È la risposta che Dio incominciò a dare a Giobbe e continua a offrire a noi oggi.
    Personalmente (e dico personalmente perché credo di essere qui a giocarmi nella fede con voi, non a predicare astrattamente, non m’interessa predicare), personalmente dico, credo di averla intravista questa risposta quando ho perso una persona a me carissima. Ricordo di essere andata in chiesa, nella chiesa del mio paese. Mi sono seduta su una panca e ho lasciato che il mio dolore esplodesse, insieme al mio “perché”, e Lui, il Padre, mi ha risposto. Mi ha risposto, ma senza usare parole. 
A Giobbe ha risposto mostrandogli la creazione, a me, come a tutti noi, ha mostrato la croce. É stato come se mi dicesse: “Lo vedi quest’Uomo sulla croce? Lo vedi? Ebbene, tu lo sai, questo è mio figlio, nientemeno che mio figlio. Non pensi che anch’io come tutti i papà del mondo avrei preferito mille, centomila volte morire da solo al suo posto, invece di morire in Lui?”. “E allora perché?” dico io. Ecco, in qualche modo, in questo secondo "perché" mi è sembrato di vedere, insieme alla domanda, una risposta plausibile, perfino logica, seppure appena intravisibile. Insomma, se Giobbe ha visto il creatore, io, come tutti noi,  ho visto il Padre.

Un mistero appena scartato

Altra luce non ho avuto, amicheeamici, ho dovuto accontentarmi di questo mistero appena scartato e ora prego perché, come Giobbe, non solo io, ma tutti noi possiamo dire: “Prima avevamo sentito parlare di Te, Dio nostro, ma ora i nostri occhi ti hanno visto. Tutto rimane come prima, nulla è spiegato del soffrire, ma i nostri occhi ti hanno visto inchiodato a una croce e questo può bastare alla nostra fede e persino alla nostra serenità”. Per il resto, il mistero é necessario, perché in Dio tutto è infinito, anche l’Amore, e nulla di Lui può essere contenuto nelle nostre piccole misure umane. 
    Sì, una risposta, amiche e amici, c’è, ma forse, più che una risposta, è una dichiarazione d’amore. Ecco vedete, mi viene freddo mentre lo dico. Ciao a tutti e grazie!

N.B. Questo commento è stato chiesto all'autrice dalle suore Comboniane, nell'ambito del progetto "Elikya, la speranza del Vangelo senza confini", iniziativa bellissima, che presenta quotidianamente la Parola di Dio, orientando e dando colori nuovi e liberi alle nostre giornate, spesso intrise di fatica e di sofferenza, ma anche abitate dalla gioia di sapersi amati da un Dio che è Padre.

Mariarosa Tettamanti, 9 febbraio 2026


Immagine di copertina tratta dal ciclo di Emmaus di Arcabas - Bg