Oggi, a partire da Papa Francesco e dal suo successore, si parla molto di sinodalità, cioè di uno stile di vita che esprima la natura della Chiesa come comunione. Le sue radici sono da cercare nel Vangelo e nella vita della Chiesa primitiva. Questa riflessione offre t un piccolo assaggio al tema. É possibile come sempre leggere il testo e/o sentire il podcast pubblicato dai Missionari comboniani. Per ascoltare, cliccare sul triangolino bianco nel cerchietto giallo.
Mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».
Ne abbiamo davanti sei: due uomini molto noti, anzi centrali nell’Antico Testamento (due personaggi prestigiosi), tre pescatori del Nuovo Testamento, che saranno gli iniziatori di una Chiesa, la quale però ancora non ha forma, e in mezzo c’è Lui, Gesù, a fare da cerniera, mostrando e garantendo la continuità tra i due Testamenti.
Il primo personaggio è Mosè, il condottiero, il legislatore e il liberatore dalla schiavitù egizia del popolo ebraico, mentre il secondo, il tebano Elia, è uno dei più grandi profeti, è colui che difese il culto dell’unico Dio contro l’idolatria dei Baal e alla fine della sua vita fu addirittura rapito in cielo su un carro di fuoco. Gli altri tre sono invece dei poveretti, tre grandi lavoratori non discutiamo, ma senza cultura, senza prestigio, senza importanza alcuna insomma.
E Gesù? Gesù è il Figlio di Dio, Gesù è Dio che non si sa per quale eccesso o pazzia d’amore ha deciso di farsi come noi, assumendo la nostra stessa mortalità (Lui che è l’Eterno), la nostra impotenza (Lui che è l’Onnipotente), la nostra sofferenza, Lui che sarebbe l’infinitamente Felice. E ora Gesù si appresta all’ultimo atto della sua vita sulla Terra e deve prendere delle decisioni drammatiche. Egli conosce molto bene il parere del Padre, con il quale ha mantenuto un colloquio ininterrotto in tutti questi anni di vicenda terrena, ma con commovente umiltà decide d’incontrarsi anche con questi due grandi “amici di famiglia”, chiamiamoli così, per consultarsi anche con loro, per acquisire anche la loro voce.
Dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 17, versetti da 1 a 9.
Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.Mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».
Due amici di famiglia e altri tre senza storia
Abbiamo già sviscerato, con l’aiuto del vescovo biblista Tremolada, l’episodio della trasfigurazione di Gesù. Oggi ripartiamo focalizzandoci sui personaggi.Ne abbiamo davanti sei: due uomini molto noti, anzi centrali nell’Antico Testamento (due personaggi prestigiosi), tre pescatori del Nuovo Testamento, che saranno gli iniziatori di una Chiesa, la quale però ancora non ha forma, e in mezzo c’è Lui, Gesù, a fare da cerniera, mostrando e garantendo la continuità tra i due Testamenti.
Il primo personaggio è Mosè, il condottiero, il legislatore e il liberatore dalla schiavitù egizia del popolo ebraico, mentre il secondo, il tebano Elia, è uno dei più grandi profeti, è colui che difese il culto dell’unico Dio contro l’idolatria dei Baal e alla fine della sua vita fu addirittura rapito in cielo su un carro di fuoco. Gli altri tre sono invece dei poveretti, tre grandi lavoratori non discutiamo, ma senza cultura, senza prestigio, senza importanza alcuna insomma.
E Gesù? Gesù è il Figlio di Dio, Gesù è Dio che non si sa per quale eccesso o pazzia d’amore ha deciso di farsi come noi, assumendo la nostra stessa mortalità (Lui che è l’Eterno), la nostra impotenza (Lui che è l’Onnipotente), la nostra sofferenza, Lui che sarebbe l’infinitamente Felice. E ora Gesù si appresta all’ultimo atto della sua vita sulla Terra e deve prendere delle decisioni drammatiche. Egli conosce molto bene il parere del Padre, con il quale ha mantenuto un colloquio ininterrotto in tutti questi anni di vicenda terrena, ma con commovente umiltà decide d’incontrarsi anche con questi due grandi “amici di famiglia”, chiamiamoli così, per consultarsi anche con loro, per acquisire anche la loro voce.
Un esempio di piccola sinodalità e una bella amicizia
Questo mi sembra un gran bell’esempio amicheeamici. Oggi diremmo che è un atto di piccola sinodalità, cioè della scelta di attribuire voce anche agli altri, come la definì Papa Leone nel settembre del 2025: si tratta di assumere delle decisioni condivise e Gesù lo fa nonostante sia Dio… e potrebbe benissimo decidere da solo chiaramente. Ma la cosa che mi commuove nel profondo, che davvero mi emoziona e mi entusiasma, è il fatto che il Maestro si faccia accompagnare da tre amici, tre amici normali, senza pretese, come quelli che abbiamo anche noi. A loro il Maestro vuole mostrare il segreto della sua gloria, perché siano poi sostenuti sulla via del Calvario, ma io vedo anche Gesù che dice: “Venite con me amici, non lasciatemi solo. Davanti alla croce e al dolore sono un uomo, esattamente come voi. Ho bisogno di voi. Venite con me”. Anche Gesù ha bisogno di quella rugiada che si chiama amicizia, esattamente come noi, come dimostrerà anche nell’orto dell’ultimo dubbio, poco più in là nel tempo, quando chiederà agli amici di non addormentarsi sulla sua sofferenza. E questi tre amici speciali camminano insieme a Lui, durante l’andata e durante il ritorno. Ma d’altra parte, tutti i Vangeli sono racconti di cammino insieme, quindi di «sinodalità», come scrive il docente di catechetica Giannotti.*
La sinodalità, sempre secondo Papa Leone nel discorso che ho già citato, è «un atteggiamento (…) un modo per descrivere come (…) cercare la comunione come Chiesa, affinché sia una Chiesa il cui obiettivo principale non sia una gerarchia istituzionale, ma piuttosto un senso di -noi insieme». Bello. Dite che ci vorrà un pizzico di rivoluzione? Mah… forse sì.
«La sinodalità» scrive a sua volta l’Arcivescovo di Milano mons. Delpini nella proposta pastorale di quest’anno: «non è una teoria, ma una pratica. È imparare a lavorare insieme... È dare valore all’ascolto, al confronto, al tempo speso per costruire relazioni vere… È una delle espressioni della comunione che porta a scelte condivise e autorevoli». Autorevoli proprio perché condivise direi. E qui le nostre sorelle e i nostri fratelli consacrati, che vivono in comunità, hanno sicuramente qualcosa da insegnarci.
Dite che non sarà facile e che si dovranno chiedere dei cambiamenti al Codice di diritto canonico? Li chiederemo, con l’aiuto di Gesù. Forza, amicheeamici!
*A. Giannotti, La dimensione sinodale della catechesi, in «Rivista di Scienze Religiose in Terra di Lavoro», Vol. 2 -2023.
Ma che cosa intendiamo per sinodalità?
Già, perché la parola “sinodo”, come attesta anche l’enciclopedia Treccani, tanto per citare una voce incontestabile, viene dal greco syn, che vuol dire insieme, e odòs che vuol dire via, quindi indica quello stile di vita che esprime la natura della Chiesa come popolo di Dio che «cammina insieme», ricostruendo proprio il modello di quel primo gruppo che si raccoglieva intorno a Gesù. Allora si capisce perché ultimamente, a partire da Papa Francesco, si fa un gran parlare di sinodalità nella Chiesa e allora sarà importante capire che cosa s’intende con questo termine.La sinodalità, sempre secondo Papa Leone nel discorso che ho già citato, è «un atteggiamento (…) un modo per descrivere come (…) cercare la comunione come Chiesa, affinché sia una Chiesa il cui obiettivo principale non sia una gerarchia istituzionale, ma piuttosto un senso di -noi insieme». Bello. Dite che ci vorrà un pizzico di rivoluzione? Mah… forse sì.
«La sinodalità» scrive a sua volta l’Arcivescovo di Milano mons. Delpini nella proposta pastorale di quest’anno: «non è una teoria, ma una pratica. È imparare a lavorare insieme... È dare valore all’ascolto, al confronto, al tempo speso per costruire relazioni vere… È una delle espressioni della comunione che porta a scelte condivise e autorevoli». Autorevoli proprio perché condivise direi. E qui le nostre sorelle e i nostri fratelli consacrati, che vivono in comunità, hanno sicuramente qualcosa da insegnarci.
Un appello a tutte le battezzate e a tutti i battezzati
Ma comunque per noi, sorelle e fratelli laici, battezzate e battezzati, è arrivato il momento di rendere tangibile il sogno lungamente accarezzato di una sinodalità che diventi pratica quotidiana nelle nostre comunità locali. I presbiteri sono nostri fratelli ed è bello lavorare con loro nello stile della partecipazione, senza patire differenze valoriali, nel riconoscimento e nella valorizzazione delle competenze e dei doni di ognuno, con quella parità che rispetta i ruoli diversi, con dignità, umiltà e costanza, con la giusta autonomia, nell’ottica della corresponsabilità, godendo della fiducia reciproca e guardando verso la stessa meta, per conservare insieme a Gesù la santità della Chiesa. Prima però dovremo liberarci da egoismi, invidie, gelosie, che fanno marcire il cuore e chiudono ogni possibilità di miglioramento, poi preghiamo intensamente e lungamente e infine muoviamoci, assecondando però le movenze dello Spirito.Dite che non sarà facile e che si dovranno chiedere dei cambiamenti al Codice di diritto canonico? Li chiederemo, con l’aiuto di Gesù. Forza, amicheeamici!
*A. Giannotti, La dimensione sinodale della catechesi, in «Rivista di Scienze Religiose in Terra di Lavoro», Vol. 2 -2023.
N.B. Questo commento è stato chiesto all'autrice dalle suore Comboniane, nell'ambito del progetto "Elikya, la speranza del Vangelo senza confini", iniziativa bellissima, che presenta quotidianamente la Parola di Dio, orientando e dando colori nuovi e liberi alle nostre giornate, spesso intrise di fatica e di sofferenza, ma anche abitate dalla gioia di sapersi amati da un Dio che è Padre.
Mariarosa Tettamanti, 1 marzo 2026Immagine di copertina: fotografia scattata nell'oratorio di Figliaro (Co)
