Per la quarta volta ci occupiamo delle Beatitudini e l'immersione in queste parole di Gesù, benché conosciute, risulta sempre inaspettata, come un'esperienza che toglie il respiro. Leggiamo dal testo scritto e/o ascoltiamo dal podcast registrato dai Missionari comboniani. Per ascoltare dall'audio, clicchiamo sul triangolino bianco nel cerchio giallo.
Dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 5, versetti da 1 a 12a
Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Parole sempre più sbalorditive
Ed eccoci qui per la quarta volta a commentare le Beatitudini e la discesa nelle profondità di queste dichiarazioni di Gesù è sempre più sorprendente, tanto che le stesse sono state definite con espressioni che da sole cesellano delle piccole meditazioni, con il potere di incidere il cuore. Ne ho scelte alcune, che ho trovato leggendo qua e là. Gustiamole lentamente, per permettere la loro discesa nell’intimo delle nostre emozioni:le Beatitudini sono l’apprendistato che insegna a ribaltare le situazioni negative;
sono il riflesso della gloria di Cristo nella miseria dell’umanità;
sono la danza della comunità del crocifisso che in Lui tutto ha perso e in Lui tutto ha guadagnato;
sono un indicativo di gioia che si fa imperativo;
sono il luogo in cui Gesù si congratula con gli svantaggiati, perché in realtà solo loro possiedono il vero, grande vantaggio: Dio è uno di loro!
sono il luogo in cui Gesù si congratula con gli svantaggiati, perché in realtà solo loro possiedono il vero, grande vantaggio: Dio è uno di loro!
Una beatitudine in particolare
Ogni beatitudine chiede molto tempo per mostrare il proprio segreto di gioia, così oggi ci limiteremo a entrare in modo particolare nella prima, rimandando le altre al futuro, cioè, per essere precisi, ai prossimi mesi di settembre e novembre, quando a Dio piacendo ci capiterà di commentare di nuovo questo straordinario discorso di Gesù. Allora… Beati i poveri in spirito.
In realtà, il termine greco «poveri» nella Bibbia non indica tanto chi possiede poco, come diremmo noi oggi, quanto i mendicanti, gli indigenti, cioè quelli che soffrono una totale mancanza di mezzi e quindi dipendono completamente da qualcun altro. Sì, però, chi può dire “Beati quelli che non hanno niente”? Se non si ha niente si muore: siamo fatti tutti di materia in modo tale che abbiamo delle esigenze materiali ben precise per vivere.
Ecco perché subito dopo c’è l’espressione «in spirito», che specifica la condizione di cui si sta parlando: questa povertà è in realtà interiore, spirituale. Quindi «poveri in spirito» significa coloro che non possiedono nulla spiritualmente, ma dipendono in tutto dall'Onnipotente. Attraverso questa beatitudine, Gesù vuole sottolineare il nostro essere minuscoli di fronte a Dio e dimostrare come questo fatto, se riconosciuto e accettato, possa diventare la nostra vera fortuna.
Siamo un’altra volta insomma di fronte a quel paradosso del Vangelo che si snoda in aperto contrasto con l’autosufficienza di chi pensa di bastare a sé stesso e di non avere bisogno di Dio. E questo è davvero il dramma dei nostri giorni, guardate amiche e amici: l’uomo d’oggi non si scaglia contro Dio, piuttosto non gli importa nulla della sua esistenza, pensa che sia irrilevante per la sua vita. Quindi credo che questa beatitudine abbia oggi qualcosa da dire più ancora che nel passato forse.
L’atteggiamento del povero di spirito è uno “svuotarsi” (l’abbiamo già detto un’altra volta) da sé stessi per fare spazio a Dio, dall’attaccamento alle cose per fare spazio ai fratelli, dal potere per fare spazio alla carità, dalle pretese per fare spazio alla gioia di chi ha tutto, dato che ha la fede. Proprio come succede ai santi… guarda un po’.
E con che cosa Dio riempie le mani del povero? Con la stessa beatitudine, ovvio, una beatitudine che nasce sull’albero della libertà, perché i poveri sono liberi dal peso delle cose e del proprio io.
Il povero in spirito infatti percepisce sé stesso (quindi la sua vita, le competenze, le capacità, le doti, gli averi) in termini di dono e non di possesso, un dono che finisce per coincidere con il servizio. Si tratta di una povertà, dice con un’espressione colorita l’esegeta Poppi, che ci rende «i clienti preferiti da Dio».
E qual è l’humus, l’ambiente in cui cresce questa libera beatitudine? È il regno dei cieli. Lo dice Gesù: «Di essi è il regno dei cieli», cioè il regno di Dio, cioè Dio stesso che regna. L’aveva capito bene san Francesco, che la chiamava Madonna Povertà, dal latino mea domina, cioè «mia signora»: “La povertà è la mia signora, è la signora della mia vita”.
Ma questo è possibile anche per chi non vive in convento e non ha emesso il voto di povertà? Certo, è possibile se la povertà diventa un atteggiamento che si fa esperienza. Se cioè è un atteggiamento di distacco, di ricerca dell’essenziale, di servizio in tutto ciò che si fa, di leggero e gioioso oblio di sé.
In realtà, il termine greco «poveri» nella Bibbia non indica tanto chi possiede poco, come diremmo noi oggi, quanto i mendicanti, gli indigenti, cioè quelli che soffrono una totale mancanza di mezzi e quindi dipendono completamente da qualcun altro. Sì, però, chi può dire “Beati quelli che non hanno niente”? Se non si ha niente si muore: siamo fatti tutti di materia in modo tale che abbiamo delle esigenze materiali ben precise per vivere.
Ecco perché subito dopo c’è l’espressione «in spirito», che specifica la condizione di cui si sta parlando: questa povertà è in realtà interiore, spirituale. Quindi «poveri in spirito» significa coloro che non possiedono nulla spiritualmente, ma dipendono in tutto dall'Onnipotente. Attraverso questa beatitudine, Gesù vuole sottolineare il nostro essere minuscoli di fronte a Dio e dimostrare come questo fatto, se riconosciuto e accettato, possa diventare la nostra vera fortuna.
Siamo un’altra volta insomma di fronte a quel paradosso del Vangelo che si snoda in aperto contrasto con l’autosufficienza di chi pensa di bastare a sé stesso e di non avere bisogno di Dio. E questo è davvero il dramma dei nostri giorni, guardate amiche e amici: l’uomo d’oggi non si scaglia contro Dio, piuttosto non gli importa nulla della sua esistenza, pensa che sia irrilevante per la sua vita. Quindi credo che questa beatitudine abbia oggi qualcosa da dire più ancora che nel passato forse.
L’atteggiamento del povero di spirito è uno “svuotarsi” (l’abbiamo già detto un’altra volta) da sé stessi per fare spazio a Dio, dall’attaccamento alle cose per fare spazio ai fratelli, dal potere per fare spazio alla carità, dalle pretese per fare spazio alla gioia di chi ha tutto, dato che ha la fede. Proprio come succede ai santi… guarda un po’.
Un deserto che attira e genera
Il motivo della beatitudine quindi non è la povertà in sé, ma ciò che essa attira nel suo deserto: il povero presenta le sue mani vuote a Dio e Dio gliele riempie. La povertà insomma è quella nullità consapevole e desiderata che tutto attrae e accoglie da Dio.E con che cosa Dio riempie le mani del povero? Con la stessa beatitudine, ovvio, una beatitudine che nasce sull’albero della libertà, perché i poveri sono liberi dal peso delle cose e del proprio io.
Il povero in spirito infatti percepisce sé stesso (quindi la sua vita, le competenze, le capacità, le doti, gli averi) in termini di dono e non di possesso, un dono che finisce per coincidere con il servizio. Si tratta di una povertà, dice con un’espressione colorita l’esegeta Poppi, che ci rende «i clienti preferiti da Dio».
E qual è l’humus, l’ambiente in cui cresce questa libera beatitudine? È il regno dei cieli. Lo dice Gesù: «Di essi è il regno dei cieli», cioè il regno di Dio, cioè Dio stesso che regna. L’aveva capito bene san Francesco, che la chiamava Madonna Povertà, dal latino mea domina, cioè «mia signora»: “La povertà è la mia signora, è la signora della mia vita”.
Ma questo è possibile anche per chi non vive in convento e non ha emesso il voto di povertà? Certo, è possibile se la povertà diventa un atteggiamento che si fa esperienza. Se cioè è un atteggiamento di distacco, di ricerca dell’essenziale, di servizio in tutto ciò che si fa, di leggero e gioioso oblio di sé.
Bene, come ho annunciato prima, e visto che abbiamo sufficiente materia per riflettere, per ora ci fermiamo qui. Cercheremo di vivere la bellezza della povertà evangelica, come atteggiamento interiore di totale libertà.
A presto e grazie!
A presto e grazie!
N.B. Questo commento è stato chiesto all'autrice dalle suore Comboniane, nell'ambito del progetto "Elikya, la speranza del Vangelo senza confini", iniziativa bellissima, che presenta quotidianamente la Parola di Dio, orientando e dando colori nuovi e liberi alle nostre giornate, spesso intrise di fatica e di sofferenza, ma anche abitate dalla gioia di sapersi amati da un Dio che è Padre.
Mariarosa Tettamanti, 1 febbraio 2026
