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Mamma, ma Dio com'è? (relazione scritta e slide)


Si deve parlare di Dio ai bambini? Perché e come? Queste slide  accompagnano una relazione per i genitori sui motivi e le modalità con i quali accostare i bambini a Dio. Il testo scritto della relazione si trova in calce a questo post. Per visionare o scaricare le slide clicca qui

Immagine di copertina tratta da First Day Fun, di Ana Varela Illustrations.


1. Incominciamo dal principio: il bisogno del divino, ovvero l’immanenza della religiosità nell’uomo

In principio era la religiosità. Nella fonte genetica dell’uomo, quando Dio ebbe terminato di plasmare il pupazzo di terra che volle bello quasi quanto sé stesso, dopo che l’ebbe animato con il suo soffio vitale e reso doppio dando vita a una sua costola, apparvero nel maschio e nella femmina l’immagine e la somiglianza con il Creatore. Proprio perché ciò che è simile non è uguale, la somiglianza con Dio non poté non evidenziare nell’uomo la sua distanza dall’Onnipotente. E si trattò di una differenza che fu mal sopportata dai progenitori, tant’è che il diabolico serpente ebbe gioco facile a tentarli proprio su questo: “Diventereste come Dio” . Dopo il grande rifiuto del bene e dopo che l’uomo divenne un’immagine di Dio deformata e contorta, tale distanza cominciò a reclamare a gran voce, nei fatti, il suo bisogno di essere colmata (è anche questo il senso della vergogna provata dall’uomo e dalla donna, quando, come si legge in Genesi 3, “si accorsero di essere nudi”). Ebbero inizio allora, ai primordi biblici dell’avventura umana, i tentativi maldestri dell’uomo e della donna di ovviare a questa carenza: la cintura di foglie di fico, per nascondere la propria nudità/creaturalità (subito seguita dalle ben più funzionali tuniche di pelle confezionate dal Creatore ), ne è il simbolo.

Questo sentimento d’incompletezza è chiamato religiosità da Norberto Bobbio, filosofo dichiaratamente non credente: «Religiosità significa per me, semplicemente, avere il senso dei propri limiti» scrive: «sapere che la ragione dell’uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infimo rispetto alla grandiosità, all’immensità dell’universo». E Martin Buber, distinguendo la religiosità dalla religione, afferma che la prima si manifesta in espressioni e forme diverse, ma è sempre materiata di stupore e di adorazione per l’esistenza di un assoluto. 
    Dal punto di vista della storia delle religioni è quindi possibile farla coincidere con il concetto di numinoso, cioè con l’intuizione di una potenza arcana e soprannaturale che è sopra, accanto e dentro sé stessi. Potremmo allora dire che la religiosità è la capacità d’intuire il senso incompiuto di sé e il senso di Dio come forza che insieme sostiene e incombe; è la coscienza pre-riflessa di un legame originario che attrae come calamita, esalta e insieme incute timore; è esperienza profondamente umana, che tuttavia avvicina al mistero (monsignor C. Magnoli)
La religiosità si nutre del pensiero controfattuale, cioè della possibilità d’immaginare alternative agli esiti della realtà, andando oltre il mondo delle cose e al di là di ciò che esse appaiono: ne risulta un modello diverso di rappresentare il reale. Ecco un esempio di pensiero controfattuale al quale ricorre una bambina di 3 anni:
    La nonna di Anna, 3 anni, è morta. Alla bambina l’avvenimento è stato spiegato con parole semplici ma chiare: le è stato detto che la nonna è andata in cielo, in Paradiso, e lei ha capito benissimo che non la vedrà più. Andando al cimitero con la zia, però, Anna racconta con assoluta certezza una sua storia: andrà su in cielo con il passeggino della sua bambola, metterà dentro la nonna e la porterà giù. 
Anna elabora il lutto ricorrendo al pensiero controfattuale: c’è qualcosa che va oltre ciò che le è stato detto. 
    Per il momento la versione della bambina viene accettata e lei continua a crederci, ma più avanti la piccola viene aiutata a scoprire che la nonna è presente nella sua vita  in un altro modo e che in realtà non vuole lasciare il Paradiso, dove ora abita, perché le piace troppo stare con Gesù. Anna viene a sapere anche che un giorno lei s'incontrerà con la nonna e con Gesù nello stesso Paradiso e così il suo sogno cambia direzione. 

Anche sul piano dell’esperienza umana, come afferma la filosofa Anna Peiretti che ci guida in questa riflessione, la religiosità nasce e si sviluppa con l’uomo.
-Mi trovai su un crinale. Ciò che mi aspettava fuori mi attraeva, ma il grembo di mia madre con la sua calda seduzione mi diceva di restare. Che fare? Fu una voce a farmi finire di nascere, una voce sconosciuta che pronunciava una parola: seppi che quello era il mio nome in quel preciso momento, perché dentro c’era il fascino della vita. Fu così che scivolai fuori, incontro alla luce, alla gioia, al dolore…
Il racconto è ovviamente inventato, ma è indubbio che l’esperienza della chiamata all’inizio della vita sia esperienza di religiosità.
-Avevo fame, ma non sapevo parlare né camminare e nemmeno compiere gesti sensati. Avevo solo un mezzo per farmi sentire: era il pianto e lo usai con tutte le mie forze. Non sapevo se qualcuno mi avrebbe sentito e neanche se ci fosse per me del cibo, ma continuai a piangere la mia fame senza smettere finché il mio pianto trovò la sua risposta. Non avrei potuto fare diversamente: la fame era lì, non se ne andava e io non potevo negarla, non potevo fingere che non ci fosse.
Anche piangere il limite e cercare una risposta senza sapere se arriverà è un’esperienza di religiosità… ma quanti adulti oggi, piuttosto che riconoscere la loro necessità, preferiscono mentire a sé stessi e raccontarsi di non aver bisogno di Dio? 

C’è poi la fiducia di base: il neonato dipende totalmente dagli adulti e quindi avverte la necessità assoluta di affidarsi; se la madre lo rispecchia con tenerezza e se le esperienze di relazione tra i due sono positive, ecco nascere la fiducia: il piccolo si sente accettato, al sicuro, degno di essere amato, capace di tollerare le temporanee assenze dei genitori, perché si fida di loro ed è sicuro che risponderanno ai suoi bisogni. Anche essere consapevoli che c’è qualcuno su cui contare è un’esperienza di religiosità, ma d’altra parte ogni rapporto umano lo è in qualche modo: «Prima di tutto il bambino è orientato alla relazione ed è proprio questo suo bisogno a predisporlo all’incontro con Dio» scrive la psicologa e catecheta Franca Feliziani Kannheiser.

Qual è l’esperienza di religiosità più lontana nel tempo che siamo in grado di ricordare? Ecco a questo proposito tre racconti interessanti.
1 - Ho un ricordo di me molto nitido. Non avevo più di due o tre anni ed ero seduta nel seggiolino appeso al manubrio della bicicletta di mio papà. Lui teneva le mani sulle manopole e le sue braccia mi chiudevano in un quadrato magico di sicurezza e affetto. Mi sembrava che la bicicletta fosse molto veloce e anche questo era eccitante; sentivo il vento sulle guance e la luce del sole giocava con me, costringendomi a socchiudere gli occhi. Insomma ero assolutamente, totalmente felice. Ci fermavamo poi sulla piazza del paese ed entravamo in chiesa. Appena varcata la soglia, l’atteggiamento del papà cambiava: assumeva un’espressione fervida e seria, ma anche contenta, come se fosse a contatto con qualcosa di particolarmente rasserenante. Mi aiutava a tracciare il segno della croce, mi dava la mano e insieme scivolavamo in uno stanzino semibuio. Dal soffitto pendevano delle grosse funi: mio papà ne afferrava due, ne tirava una verso il basso e poi la lasciava andare, mentre spingeva in giù l’altra. E improvvisamente arrivava, fortissimo e allegro, il suono di una campana. Ogni volta mi sentivo sopraffatta da un sentimento sconosciuto, come se con noi ci fosse qualcuno che ci legava con corde di letizia. Non capivo chi o che cosa fosse, ma c’era, era nel suono della campana, e ci sarebbe stato per sempre.
2 - Credo che la mia prima esperienza di religiosità sia da far risalire a una primavera del 1953 o ’54, quando nel prato dietro casa mia trovai una mattina un gruppo di pratoline bellissime, che occhieggiavano tra lo smalto verde dell’erba novella. “Chi le ha messe lì?” mi chiesi. Non lo sapevo, ma ero sicura che, chiunque fosse stato, lo aveva fatto per me. Non raccontai a nessuno il mio segreto, ma ancora oggi un prato cosparso da margheritine è capace d’immergermi in un’esultanza chiara e colma di luce.
3 - Ricordo i pomeriggi domenicali, quando mia zia mi portava in chiesa ai vespri. Mi stringevo a lei sulla panca, ma subito dopo arrivava il sonno traditore e mi entrava negli occhi. Allora appoggiavo il capo sul suo grembo e poco dopo i rumori si ovattavano e attutivano, le voci degli oranti sfumavano indistinte, il profumo leggero dell’incenso si mescolava all’odore di pulito del grembiule nel quale sprofondavo e tutto si confondeva in una piacevole sensazione di dolcezza e di calore, fluttuante di presenze benefiche e protettrici. Scivolavo nel sonno… ma forse si trattava di preghiera.


Le esperienze presentate mostrano che, prima di arrivare a possedere il concetto di Dio e perfino prima di aver sentito parlare del Padre celeste, i piccoli s’incontrano con Lui attraverso le esperienze religiose del sentire. È l’intelligenza emotiva il luogo principale della religiosità, cioè lo spazio che inizialmente rende capaci di stare davanti al mistero.

Anche la parola può essere esercizio di religiosità. Finché il reale non ha un nome, per un bambino è come se non esistesse: in questo senso mamma e papà, chiamandole con il loro nome, fanno esistere le cose, cioè simbolicamente le creano. Spesso però le parole non riescono a dire tutto: parlando il bambino cozza contro un limite e fa esperienza di un linguaggio che non si compie mai. Egli scopre allora che c’è qualcosa di più profondo delle parole, qualcosa che va al di là, qualcosa che lo abita, ma non è dicibile. Anche questa è esperienza di religiosità.

D’altra parte, proprio intorno ai due/tre anni, quando ormai il bimbo ha sviluppato il lessico e padroneggia il linguaggio, si assiste alla nascita in lui del pensiero simbolico: ancora una volta la parola non basta. La mentalità concreta del bambino ha bisogno di rappresentarsi l’invisibile che intuisce nelle esperienze di religiosità: a questo servono i simboli, nei quali abita qualcosa di interiore e di spirituale, che trova espressione in qualcosa di corporeo e di materiale; attraverso di essi si attinge ai significati profondi. Del resto il bambino non è riducibile al reale: egli ha bisogno di andare al di là della materia, dando concretezza e corpo alle sue tensioni, come ci mostra la storia vera che riporto.
-Blanche è una bambina di origine africana e fino a qualche anno fa frequentava una scuola dell’infanzia italiana. Un giorno i bambini della sua sezione vennero invitati dalla maestra a tracciare il contorno delle loro manine e a colorarle. Blanche disegnò correttamente la sagoma delle sue mani e al momento di dipingerle prese il colore rosa. La sua maestra però non voleva: la piccola Blanche era una bambina di colore, nera come un carboncino, perciò doveva usare il colore marrone. La bimba però non sentì ragioni: pianse, urlò, non volle calmarsi. Le maestre furono costrette a chiamare la mamma, che la portò a casa. Da quel giorno Blanche non tornò più a scuola: sapeva di essere nera, ma scegliendo il colore rosa voleva creare un’altra realtà, una realtà alternativa al reale, di cui in quel momento sentiva la necessità. 
La piccola Blanche voleva che il suo bisogno fosse riconosciuto, voleva dipingere il suo desiderio. Non si rassegnava alla realtà, sentiva e sapeva, pur se in maniera confusa, che oltre l’apparenza delle cose c’era qualcosa di più.

Sapersi chiamati, sperimentare il proprio limite e piangere il bisogno senza sapere se arriverà una risposta, essere consapevoli al contrario di poter contare su qualcuno, sentire che esiste un tipo di gioia che va oltre il dato sensibile, lasciarsi andare all’amore, sapersi abitati da qualcosa che ci trascende, accedere al pensiero simbolico… si tratta di dimensioni che si riscontrano nell’esperienza di fede, sostanziano l’azione liturgica e sono riprese nella preghiera, personale o di gruppo, la quale si espande a sua volta nella domanda, nell’affidamento, nella lode e nell’amore.

2. L'interesse e le domande

Crescendo, i bambini sentono poi parlare di Dio, di Gesù e della Madonnina. Di solito sono molto interessati a questi discorsi, proprio perché sono tessuti di pensiero controfattuale e riportano all’intuizione del legame originario con l’Assoluto, che abbiamo chiamato religiosità. Tuttavia essi ascoltano insieme anche le storie di Biancaneve, dei tre porcellini, della strega cattiva e di Cappuccetto Rosso: come faranno a capire che Dio non appartiene al mondo della fantasia, ma a una realtà “vera”, anche se diversa da ciò che si vede? Per questo sarà fondamentale l’esempio degli adulti di riferimento. Se i piccoli vedranno mamma e papà, o i nonni e qualche zia immersi nella preghiera, capiranno la differenza: i grandi non parlano con Cenerentola, ma con Gesù sì! Vuol dire che Gesù c’è, anche se non si vede.

In questa fase, le domande dei bambini rivelano gli interessi che abitano il loro cuore: “Mamma, la suora a scuola ha detto che prima di creare il mondo c’era solo Dio. Ma prima prima chi c’era?” “Nonna, ma Dio com’è? Com’è la sua faccia?”. Il brusio interiore in cui germoglia la religiosità si nutre di domande. Esse quindi non vanno soffocate ma custodite, tenute vive e attraversate. Sono preziose, perché aprono dei cammini.
- Miriam ha tre anni e mezzo e un’intelligenza vivace. Oggi ha un problema, una domanda a cui vuole rispondere, e per questo decide di rivolgersi a zia Mari, che va sempre in chiesa e porta la Comunione agli ammalati. “Zia” dice Miriam, il visetto serio e concentrato “dov’è Dio? Io non lo vedo!”. “Infatti Dio non si vede” dice la zia. Miriam ci pensa un po’ e poi corre nella sua cameretta, prende un foglio e dei pennarelli, disegna un gigantesco scarabocchio e lo porta trionfante alla zia: “Questo è Dio che si nasconde” dice convinta. Miriam ha ragione: se uno non vuole farsi vedere se ne sta nascosto! La zia accetta la risposta della nipotina, dopo tutto non è sbagliata: chi frequenta i mistici sa che esiste l’esperienza spirituale del Deus absconditus.
Effettivamente la risposta di questa bambina è accettabile, perché momentaneamente risolve il suo problema, ma nel contempo custodisce la sua domanda: quando imparerà il “Padre nostro”, Miriam penserà che Dio abita in cielo e poi, quando scoprirà che cos’è il cielo dal punto di vista geografico e ci andrà magari con l’aereo, cercherà il Padre celeste altrove ed è presumibile o almeno auspicabile che lo trovi proprio là dove Lui abita e cioè attraverso l’Eucaristia e quindi nel suo cuore. 
Anche gli anziani hanno bisogno di vedere accolti i loro interrogativi: “Perché Dio non mi guarisce? Perché non mi aiuta?”. Se non sappiamo rispondere stiamo zitti e assicuriamo la nostra vicinanza, ma non soffochiamo le loro domande: lasciamole invece emergere e portiamole insieme davanti al Signore. Mostriamo ai malati la croce: se il dolore resta nel mistero, sappiamo però che questo mistero ha un senso perché il Figlio dell’Uomo lo ha accettato per viverlo con noi e per noi. Permettiamo dunque a Lui di rispondere: sa come fare molto meglio di noi.
Tornando ai bambini e alla loro formazione religiosa, l’educatore (e qui mi rivolgo ai genitori, ai catechisti e ai MISCE che sono anche catechisti, oppure che hanno nipoti in età evolutiva) è chiamato a incoraggiare la loro curiosità e a proporre esperienze concrete, utilizzando un linguaggio semplice. Le vie maestre efficaci per accostare i bambini a Dio sono rappresentate dall’avvio alla preghiera e alla narrazione biblica: è importante raccontare le vicende della vita di Gesù curando in maniera particolare la posizione del nostro corpo, che deve dichiarare prossimità e affetto, e quindi anche lo sguardo, i gesti, il tono della voce. È fondamentale che il linguaggio dica l’emozione e soprattutto la fede: le parole per essere efficaci devono essere «agite come creature viventi» afferma la filosofa Peiretti e questo vale per i bambini e per tutti, anche per i nostri anziani, che hanno bisogno di vicinanza, di calore umano e anche di entusiasmo.

M. Tettamanti